giovedì, 20 agosto 2009,06:16

GIORNATA ETICA

 

Domenica 23 Agosto

 

Albinea (Reggio Emilia) – Villa Giorgia

ore 18.00 / 19.30

 

“TUTTI I LIBRI DI SAMISZDAT”

 

Info point

Cura: Lara Arvasi 

Oratore: Alessandro Cinelli

 

“SAMISZDAT – IL LUOGO DELLE PAROLE”

 

Drammatizzazione di testi

a cura di Enzo Campi

tratti da “Mazzetti Poemetti” di Mauro Mazzetti, “L’inestinguibile lucore dell’ombra” di Enzo Campi, “Niente di personale” di Francesca Pellegrino,

“Collezione di piccoli rancori” di Lara Arvasi 

 

 

Dalle ore 16.00 alle 18.00  proiezione non stop dei video di Enzo Campi: 

“Gesti d’aria e incombenze di luce” (su testi di Luigi Romolo Carrino, Lara Arvasi, Rita Bonomo, Silvia Molesini, Maeba Sciutti, Salvatore Pietro Anastasio, Enzo Campi); “Il bacichirico” - “Vi hanno fatti che mancate di sguardo” (su testi di Silvia Molesini); “La platea lamentosa detesta i muti congedi” (su testi di Lara Arvasi).

 

 

L’evento fa parte di un “Cammino Po’etico” itinerante che avrà luogo dalle 18.00 alle 19.30 circa

e che comprende letture, installazioni e performances di

MARIANGELA GUATTERI,

HAMID BAROLE ABDU,

CLAUDIO BEDOCCHI,

LENIN MONTANARI,

ENZO CAMPI

 

 

 

 

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GIORNATA ETICA

e Concerto

del pianista Matteo Giorgioni


 

PROGRAMMA COMPLETO

DELLA MANIFESTAZIONE

 

 

DOMENICA 23 AGOSTO 2009 dalle ore 15.00 presso VILLA GIORGIA di Albinea.

 

Il costo del biglietto d'ingresso per il concerto è di 15 euro (bambini sotto i 10 anni non pagano). L'intero ricavato sarà devoluto all'associazione Macondo -suoni di sogni- con cui Matteo collabora per la realizzazione dei suoi progetti presso la comunità brasiliana di Vila Velha. Durante il suo concerto Matteo, tra una composizione musicale e l'altra, ci racconterà e ci mostrerà con immagini e filmati la sua esperienza di impegno concreto di solidarietà. Incominciando proprio dalle piccole cose.

Ricordiamo che chiunque lo desideri nel pomeriggio può allestire un proprio spazio informativo.
Ecco i liberi cittadini che, per ora, hanno aderito:

Prodotti naturali per l'igiene del corpo e la pulizia della casa: Elena e Teresa prepareranno per voi un dentifricio naturale alle erbe che potrete portare a casa come prova. Illustreranno, inoltre, come preparare detersivi e detergenti per la pulizia degli ambienti dove viviamo. Al loro banchetto verranno anche distribuite fotocopie ed appunti per permettervi di realizzare da soli a casa le portentose misture. Provare per credere.

Gruppo Liberazione Alberi: alcuni ragazzi hanno costituito un "gruppo ecologico" che si occupa di trapiantare piante che sono in difficoltà nell'ambiente in cui si stanno sviluppando. Durante il pomeriggio, presso il loro banchetto, sarà possibile "adottare" una pianta e trapiantarla nel proprio giardino e sul proprio terrazzo per prendersene cura.

Acqua bene pubblico: sarà servita acqua di fonte del comune di Collagna. Sarà mostrata la buona pratica di recarsi, una volta ogni 4 mesi, presso una fonte montana (occasione per fare anche una bella scorta di ossigeno) con bottiglie da riempire e macchinetta per tappare. Sia le bottiglie che i tappi si possono reciclare per cui ogni famiglia avrà a disposizione acqua pura e minerale di fonte ad impatto ambientale uguale a ZERO! Zero rifiuti e certificazione delle analisi dell'acqua.

Bio-giardinaggio: Pino ci illustrerà come funziona e come si sviluppa il sistema della "permacultura" o "coltura/cultura permanente". Saranno consegnate delle schede informative, una bibliografia completa ed i primi passi da compiere per "insediarsi nell'ambiente" in modo sostenibile ed ecocompatibile. Un vero manuale di sopravvivenza per i tempi che verranno.

Fitoterapia: come curarsi con le erbe. il GIARDINO DELLA SALUTE.

Massaggi musicali: sarà possibile rilassarsi al fresco e farsi fare un massaggio agli oli essenziali a tempo di una musica dolce e sognante.

Atelier di pittura: i bambini, ma anche gli adulti che non hanno perso la loro capacità di immaginare potranno divertirsi a "disegnare ed illustrare il nostro futuro".

Trucca-bimbi-grandi: bambini ed adulti potranno colorare il loro viso ed il loro corpo.

Cammino pò-etico: Lasceremo guidare i nostri passi dalle suggestioni e dall'incanto di poeti e scrittori che, attraverso letture, installazioni e performances, ci accompagneranno verso l'ispirazione. Partecipano Mariangela Guatteri, Hamid Barole Abdu, Claudio Bedocchi, Lenin Montanari, Enzo Campi.

Microfono aperto per la LIBERA INFORMAZIONE: funzionerà per tutto il pomeriggio un microfono aperto a tutti in filodiffusione per informare i cittadini su idee, proposte e buone pratiche per un futuro migliore.
Biblio-etica: invitiamo tutti i partecipanti a portare con sé libri, manuali, fotocopie, appunti, contatti per una maggiore diffusione ed informazione su ogni "buona pratica quotidiana" da adottare per un mondo migliore. Il materiale sarà raccolto in un punto dedicato dove potrà essere visionato per essere poi restituito al termine della giornata.
Punto di ristoro: nella pausa tra il pomeriggio etico ed il concerto serale di Matteo Giorgioni si potranno gustare le prelibatezze del punto ristoro. Preghiamo i più ardimentosi di portare con sé un bicchiere o una tazza per evitare la distribuzione selvaggia di stoviglie in plastica "usa e getta" GRAZIE!

ACCOGLIENZA ED APERTURA DALLE ORE 14.30.
IL PROGRAMMA DELLA GIORNATA E' IN CONTINUO AGGIORNAMENTO.
ALL'INGRESSO SARA' CONSEGNATO UN PROGRAMMA DEFINITIVO CON TUTTE LE ATTIVITA' DELLA GIORNATA.

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sabato, 20 giugno 2009,08:44

 

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Reggio Emilia

Ex Centrale Enel – Via Gorizia

Venerdì 3 luglio

Ore 19.00/24.00

Enzo Campi

presenta 

IPOTESI CORPO

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FOTOGRAFIA PITTURA VISUAL-ART

BODY PAINTING PERFORMANCE LETTERATURA

con

Antonio Iorio (Reggio Emilia),

Francesco Forlani (Torino-Parigi),

Silvia Molesini (Verona), Alessandro Cinelli (Livorno),

Lara Arvasi (Parma), Francesca Vitale (Roma),

Fabrizio Venerandi (Genova), Rita Bonomo (Sassari),

Mariaestella Coli (Reggio Emilia),

Anna Maria Meliga (Reggio Emilia),

Cristina Cerminara (Roma),

Federica Troisi (Reggio Emilia),

Donald Datti (Genova), Marika Bortolami (Bologna),

Maria Grazia Esu (Cagliari), Enzo Campi (Reggio Emilia)

 

Programma della serata

 

MOSTRE (ore 19.00-24.00)

 

Francesca Vitale IMPRONTE

Cristina Cerminara LA SCELTA

Federica Troisi OPPOSTI SVELATI

 

 

VIDEO-INSTALLAZIONI (ore 19.00-24.00)

 

Enzo Campi

CE N’EST PAS UNE IMAGE JUSTE

C’EST JUSTE UNE IMAGE

 

Maria Grazia Esu

TRA CIELO E TERRA - IS MORTORIUS

 

READING – NARRAZIONI (ore 19.30-21.30)

 

Collettivo Samiszdat

FABULAZIONI

con

Alessandro Cinelli, Lara Arvasi, Donald Datti, Antonio Iorio,

Anna Maria Meliga, Marika Bortolami, Fabrizio Venerandi, Enzo Campi

 

Francesco Forlani

AUTOREVERSE

 

 

PERFORMANCES – ACTION PAINTING

(ore 21.30-22.30)

 

Mariaestella Coli

SOVRIMPRESSIONI

con Chiara Puglisi

Rita Bonomo

SPLASH – FASE ZERO INDOLORE

 

 

Enzo Campi

ARTAUD SUITE

con Antonio Iorio, Silvia Molesini, Francesco Forlani

 

VIDEO (ore 22.30-24.00)

 

Enzo Campi

GESTI D’ARIA E INCOMBENZE DI LUCE

 

Silvia Molesini

IL BACICHIRICO –

VI HANNO FATTI CHE MANCATE DI SGUARDO

 

Lara Arvasi

LA PLATEA LAMENTOSA DETESTA I MUTI CONGEDI

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lunedì, 25 maggio 2009,19:31

 

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martedì, 24 febbraio 2009,09:55
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Reggio Emilia

CittàPoesia 2009

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Mediateca Università di Modena e Reggio Emilia

(Viale Allegri 9)

Sabato 28 Marzo ore 17.00

Tutta la poesia in diaframma

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video, letture, performances

di

Enzo Campi, Lara Arvasi,

Alessandro Cinelli,

Sivia Molesini, Alessandro Ansuini

 

e con la partecipazione

di

Antonio Iorio, Anna Maria Meliga

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Enzo Campi

Gesti d'aria e incombenze di luce

(saggio di critica letteraria sulle poetiche di Luigi Romolo Carrino, Rita Bonomo, Silvia Molesini, Lara Arvasi, Maeba Sciutti, Salvatore Pietro Anastasio - Liberodiscrivere edizioni- Genova)

L'inestinguibile lucore dell'ombra

(poesia - Edizioni BCE/Samiszdat - Parma)

Lara Arvasi

Tre Donne D'Istanti

(poesia - Liberodiscrivere edizioni - Genova)

Collezione di piccoli rancori

(poesia - Edizioni BCE/Samiszdat - Parma)

Alessandro Cinelli

Il lettore ambulante

(narrativa - Edizioni BCE/Samiszdat - Parma)

Silvia Molesini

Lezioni di vuoto

(poesia - Liberodiscrivere edizioni - Genova)

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venerdì, 22 agosto 2008,08:20

SABATO 30 AGOSTO  ORE 21.00

FESTA REGGIO

Tenda del viaggio

(Reggio Emilia – Area Campo Volo)

 

GESTI D’ARIA E INCOMBENZE DI LUCE

(uno spettacolo per un libro)

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Dal Link

http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=132999

si accede alla scheda di presentazione del libro

sul sito della casa editrice

Il programma della serata comprende anche la presentazione

dei due volumi di poesia di Lara Arvasi:

Tre Donne D’Istanti e Collezione di piccoli rancori

con un recital curato da Enzo Campi e Anna Maria Meliga

e con la presentazione del video

La platea lamentosa  detesta i muti congedi

GESTI D’ARIA E INCOMBENZE DI LUCE

 

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Cinema, teatro e poesia si incontrano in un unico contenitore spettacolare

alla Tenda del Viaggio

nell’ambito delle iniziative culturali di Festa Reggio 2008.

 

LO SPETTACOLO

 

L’idea di base consiste nella creazione di un evento multimediale (una sorta di happening performativo comprensivo di letture, proiezioni e drammatizzazioni) che possa accompagnare e caratterizzare le presentazioni del libro. Una sorta di work in progress, di volta in volta diverso. Dopo l’anteprima a Parma (Maggio - Sala Tilt) e dopo le presentazioni ufficiali a Genova (Giugno - Festival Internazionale della Poesia) e a Livorno (Agosto - Festival Effetto Venezia), l’evento approda a Reggio Emilia.

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TESTI

 

LUIGI ROMOLO  CARRINO, MAEBA  SCIUTTI,

RITA  BONOMO, SILVIA  MOLESINI,

LARA ARVASI, SALVATORE  PIETRO  ANASTASIO, ENZO CAMPI,

 

PROGETTO, SCENE, REGIA

ENZO CAMPI

 

 

 

CON

 

GENNARO GALANTE, ANTONIO IORIO,

ANNA MARIA MELIGA, ALESSANDRO CINELLI, LORENZA CARRETTI

 

E CON LA PARTECIPAZIONE IN VIDEO DI

 

RITA BONOMO, MAEBA SCIUTTI,

SILVIA MOLESINI , FRANCESCA CATELLANI,

LARA ARVASI, GIORGIA BERTOLINI

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GESTI D’ARIA E INCOMBENZE DI LUCE

 

IL LIBRO

 

Un saggio di critica letteraria su sei poeti contemporanei volto a creare una serie di suggestioni e di relazioni cosiddette pericolose, spesso non volute e sicuramente inattese, ma che inevitabilmente affiorano nei dispositivi concettuali e nello stile espositivo.

Il leit motiv del libro si basa sulla dimensione sonora della parola scritta  come punto di partenza per una possibile e necessaria prosecuzione verso gli archetipi di altre discipline artistiche.esti d’aria e incombenze di luce

 

saggio di critica letteraria su

 

Lezioni di vuoto - Silvia Molesini,

TempoSanto Liturgia della Memoria - Luigi Romolo Carrino

dìri dìri dànna - Rita Bonomo

Tre Donne D’Istanti - Lara Arvasi

Historìa -Salvatore Pietro Anastasio

Cristalli di fiato - Maeba Sciutti

 

 

Tutti i libri sono editi da Liberodiscrivere edizioni (Genova)

Schede di presentazione ai links:

 

 

http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=125766

 

http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=130832

 

http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=125809

 

http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=92564

 

http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=129354

 

http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=130356

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Enzo Campi

 

Nato a Caserta nel 1961. Vive e lavora a Reggio Emilia dal 1990. Autore e regista teatrale dal 1982 al 1992 con le compagnie Myosotis e Metateatro con le quali ha realizzato e messo in scena otto spettacoli e nove performances.

Videomaker indipendente; ha realizzato svariati cortometraggi e un lungometraggio: Un Amleto in più.

Ha realizzato performances e video-istallazioni in diverse rassegne del settore. Collabora  a vario titolo con diversi artisti e con alcune compagnie teatrali. Fa parte dello staff organizzativo del Reggio Film Festival, rassegna-concorso del cortometraggio internazionale. Ha pubblicato in rete, per lo più articoli e poesie, su diversi siti di scrittura.

È rintracciabile su

 

http://www.enzocampi.splinder.com/

http://sguardidautore.splinder.com/

http://sovresposizioni.blogspot.com/

http://thecatswillknow.splinder.com/member/472770

http://www.liberodiscrivere.it/autori/schedaAutore.asp?IDAnagrafica=20809

http://www.scrivi.com/cerca_autore.asp?nome=Enzo%20Campi

http://www.zam.it/1.php?articolo_id=1830&id_autore=56

 

Ha pubblicato per i tipi di Liberodiscrivere edizioni (Genova) i saggi:

 “Donne – (don)o  e  (ne)mesi”, nel 2007

“Gesti d’aria e incombenze di luce”, nel 2008. 

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Lara Arvasi

 

Lara Arvasi è nata il quattro luglio del 1968 a Parma dove tuttora risiede. Nel 2000 incontra Liberodiscrivere (Laboratorio di scrittura in rete) dove pubblica le sue prime macchie d’inchiostro e inizia a esplorare il mondo letterario contemporaneo che opera sul web, con il quale si rapporta in modo vivace, produttivo e continuo, partecipando a vari siti di letteratura e creando il blog www.laraarvasi.splinder.com. Oltre a essere attiva sulla rete, Lara collabora con Alessandro Cinelli all’organizzazione della Biblioteca Clandestina Errabonda Parma, cenacolo letterario ideato per dare voce a poeti, scrittori, artisti ignoti o poco conosciuti, cercando di svestire l’arte dei panni paludati e canonici da talk show e sostituire la consueta mistica con qualcosa di più terragno, fatto di briciole di pane, bicchieri e voci disordinate. È presente in due antologie di Liberodiscrivere , Anatomia di un battito d’ali e Immagine che resta, e nella collana Libero di Stile ha pubblicato nel 2006 il libro di poesie Tre donne d’istanti. Di imminente uscita Collezione di piccoli rancori.

SABATO 30 AGOSTO  ORE 21.00

FESTA REGGIO

Tenda del viaggio

(Reggio Emilia – Area Campo Volo)

 

 

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giovedì, 24 luglio 2008,22:05

2773-Cop-Campi[1]

Dal link

http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=132999

si può accedere alla scheda  sul sito della casa editrice ove è possibile acquistare il libro anche con spedizione in contrassegno.

Gesti d’aria e incombenze di luce

 

saggio di critica letteraria su

 

Lezioni di vuoto - Silvia Molesini,

TempoSanto Liturgia della Memoria - Luigi Romolo Carrino

dìri dìri dànna - Rita Bonomo

Tre Donne D’Istanti - Lara Arvasi

Historìa -Salvatore Pietro Anastasio

Cristalli di fiato - Maeba Sciutti

 

Stralci dall’opera

 

[...]

La copertina recita: “critica letteraria”. Ma più che di critica io parlerei di suggestione letteraria. La poesia – dipanandosi su un asse paradigmatico per lo più metaforico –  non dovrebbe dire ma evocare, non dovrebbe conclamare ma sospendere. Qui non si tratta di decodificare a tutti i costi l’esatto intendimento dell’autore, ma per l’appunto di suggestionare, di aprirsi all’alea delle possibilità, di creare un punto di fuga.

La questione verte essenzialmente sul donante e sul ricevente. Il donante, l’autore, mette su carta una luce (e che sia al bianco o al nero, come vedremo, è relativamente importante). Questa luce può crescere o decrescere d’intensità a seconda della sensibilità del ricevente. Ed è quest’ultimo a decidere in che modo utilizzare quella luce. Ci sono diverse modalità di ricezione, tra le quali quella di prendersi il lusso di mettere in opera su carta le suggestioni prodotte dalla fruizione di quel dono.

[...]

Ma, lo abbiamo già visto, ogni luce bianca ha un cuore nero.

Si costituisce a partire da un cuore nero che è centro nodale e fulcro nevralgico.

 

“Sospesa, in incompetenza muta,

ad annodarti il silenzio

e chiederti

perché, del mare, non hai avuto che il sapore dolciastro

e della perfezione

neanche uno specchio”

 

Qui sorge spontanea un’interrogazione: c’è bisogno di un’incompetenza muta per mettere al lavoro quel cuore nero latente in ogni luce? La Sciutti lo mette al lavoro sospendendolo in un nodo di silenzio che –  in verità–  non ha bisogno di uno specchio per insinuarsi “su una vocale / trattenuta / sotto ciglia dischiuse”. C’è qui uno sguardo che in un’esitazione di ciglia [indecidibilità tra l’aprirsi (offrirsi, donarsi) e il chiudersi] si consegna all’incombenza di luce. E non importa che la luce sia bianca o nera. L’eliotropio offrendosi –  incondizionatamente – al bianco del sole rischia l’abbacinamento. Allora forse sarebbe più conveniente rischiare il nero sul bianco, ovvero: scrivere.

   Cosa scrive la Sciutti?

Scrive di quella “vocale trattenuta” che è il “nodo del silenzio”, scrive di quel nero che è il nodo (cuore, fulcro) della luce.

   Cos’è il nero?

Per la Arvasi è “polvere sull’orologio fermo” e “un rumore di ferro e di goccia paziente / incessante / dentro”. Io evidenzierei quell’incessante e quel dentro e – citando la Molesini – direi che il nero è riscontrabile anche nelle “immagini socchiuse-non luce”.

 

“Stai muovendo cose che non hanno

spazio.

 

Stai moltiplicando immagini

socchiuse-non luce.

 

Stai rinnovando certe colpe

e rimovendo frasi-cose”

 

Rinnovare le colpe è un po’ come celebrare la mancanza affermandola, e la rimozione che ne consegue (ma che non sempre accade) può risolversi anche in un tentativo di auto-assoluzione. Ma prima dell’assoluzione bisogna espiare e recitare l’atto di dolore.

Se in Carrino l’atto di dolore è l’orazione supplicata a viva voce

 

“dòrmiti voce, allentami il nodo nella gola

dònami la vile Eco del disinganno avido

àncorami 

che ancòra mi penso via”

 

la Bonomo dedica la preghiera a se stessa (a dire il vero la dedica a tutti i simulacri in cui si deterritorializza). La preghiera diventa auto-preghierante e viene ulteriormente deterritorializzata sotto forma di “capriccio”.

 

“S’anneriscono al suono gli orchestranti

diventano neri neri, mesti mesti, come sono tristi!

Un tramestio di tasti quel pianista vuoto del pianista:

svuota il cielo e lo spazio, cupidigia -serva ingrata!-

una privazione di note vivaci per l’aria.

Un fiato allungato oltre la finestra del non respiro, quella

tromba:

piange la luce di Dio scavalcando ingordo l’aria”

 

Questa strofa viene recitata (capricciata?) dalla Ricamatrice che, non a caso, recupera ago, filo e ditale per surdeterminare il nero e il silenzio.

La linea elettrica che lega la Bonomo alla Molesini salta subito agli occhi. Qui la Bonomo, in una sola strofa, rafforzando (cantilenando) i “neri” e i “mesti” riesce, se così si può dire, a nerificare il suono-tramestio, ad involtolare il pianista nel “vuoto del pianista” e  a svuotare lo spazio-cielo (“cose che non hanno spazio / immagini socchiuse-non luce”) privandolo delle note. Se la privazione è il tramite per la rimozione (“frasi-cose”), quel “fiato allungato oltre la finestra del non respiro” è la colpa che si rinnova (“Stai rinnovando certe colpe”). Al di là del “fiato allungato” in cui possiamo ascrivere i fiati della Sciutti e del “non respiro” che rimanda al senso d’asfissia – idealizzata e generalizzata –  delle tre donne d’istanti della Arvasi, quella “finestra” è la soglia metafisica ove vengono alla luce (all’incombenza della luce) i nodi del silenzio (“tramestio vuoto” – “tromba” piangente).

   Che cos’è la tromba-fiato allungato che, “scavalcando ingordo l’aria” (in un gesto d’aria) “piange la luce di dio”?

È, forse, la voce-suono dell’angelo che non c’è. È il clangore angelico che s’annerisce consegnando lo spazio (luogo-chora-ricettacolo) al silenzio.

Spazio pietrificato nel silenzio. È qui che vivono i nodi. È qui che scorrono implacabilmente rincorrendosi gli uni con gli altri.

Ancora un gesto d’aria e un’incombenza di luce, ancora un gesto che si sottrae a se stesso, ancora un – solo apparente – paradosso che innesta sulla stessa linea il movimento del  scorrono-si rincorrono e la stasi della pietrificazione.

Si rincorrono e scorrono, così come – in un movimento doppio e contrario, ma sempre complementare – sembra pietrificarsi Anastasio al centro (nodo del silenzio?) di un mondo che lo investe da ogni dove.

Ed per questo che si vede costretto a ripetere: “io dentro / io dentro” (ovvero, ritornando alla Arvasi: “rumore di ferro e goccia paziente / incessante / dentro”).

Il centro in cui Anastasio subisce l’assalto è paragonabile sia a quel “nodo del silenzio” che a quella “vocale trattenuta” di cui abbiamo detto poc’anzi. E non a caso Anastasio continua: “non avevo mai lavorato tanto a cervello durante il vociare confuso di un pasto nuziale”.

Il “nodo del silenzio” è anche la parola che si dice dentro mentre si viene attaccati da un fuori. In quest’ottica il nero è anche la voce di una luce interiore, è quell’altrove che accade dentro e che recita il suo atto di dolore:

 

“Mi tardo a farmi tosse 

e mi sputo mi pento e mi dolgo mi mento e mi sento e

sento voci

sparlano di parole imbuto 

mi tardo a figliare 

a nascere  mi esercito al niente”

 

Qui Carrino – quasi incredibilmente –  riassume, in una sola strofa, il ritardo in cui ci si dà o ci si nega, l’angoscia di chi si sente, le voci che ci attaccano dal di fuori, le parole imbuto che rifluiscono all’interno (vocali trattenute?), l’impossibilità di figliare correlata al delitto di nascere e quel “niente” che è pratica di vita (s)vissuta.

Il ritardo non è univoco.

C’è qui un doppio ritardo, quello relativo al farsi tosse e cioè a farsi colpo, suono, segno e quello relativo al figliare, cioè a creare una protesi di sé. Ma quella protesi già esiste, la protesi è quel nero che invade la pagina bianca.

Il nero è quel “niente” in cui ci si esercita a vivere la vita disfacendosi delle proprie protesi, delle proprie prosecuzioni in termini altri.

Non c’è nulla che sia più necessario e indispensabile di quel “niente”.

E qui si parlerà proprio di quel “niente” che invade la pagina bianca.

[...]

Deleuze afferma che bisogna sempre dare un nome alle cose, per meglio riconoscerle o per far sì che esse possano essere ricordate. Dare un nome e riconoscere quel nome permette l’accesso a quel nome.

Le nominazioni di Anastasio, per esempio, rientrano in questo discorso ribaltandolo: i suoi nomi non permettono il riconoscimento, ma cercano di dissimularsi proprio attraverso la nominazione. Si potrebbe dire che la nominazione in Anastasio sia un processo per far perdere le proprie tracce. Per quanto nelle note – quasi mosso da pietà – cerchi di riparare, in un certo senso, al danno inferto.

Parlare di tracce e di segni significa parlare di scrittura.

Qualsiasi tipo di scrittura, prosodica o poetica, deve comunque mettere in gioco la lingua,  la «questione della lingua». E non solo, deve mettersi in gioco nella lingua.

Una lingua che si può definire affaticata è quella lingua che deterritorializza la poesia nella prosa.

Carrino e Anastasio coltivano spesso questa solo apparente  quiete. Talvolta anche la Arvasi abbozza degli innesti prosodici e la Sciutti mette in prosa addirittura l’intera sezione centrale dell’opera. La Molesini sembra estraniarsi da questo tipo di operazione. Ma – essendo la sua poetica dichiarativa – la Molesini è già prosodica. È prosodica in sé. Per la Bonomo più che di prosa si dovrebbe parlare di posa e di postura. Ma non in senso negativo. Posa e postura rientrano nei canoni della messinscena dell’inevitabilità teatrale, di una certa predisposizione al drama-ergon, all’opera in azione. Per la Bonomo io parlerei di «postura rivelativa», quasi nell’accezione husserliana di atteggiamento esistenziale.

[...]

Del resto cos’è il tempo se non l’indecidibile da cui estromettersi? Cos’è la memoria se non il dirsi ancora di un già detto che pretende l’apologia del ritorno?

Ci tocca abbandonare questo loco impervio di pericolose relazioni che tanto affascinano e incupiscono concludendo (in mancanza di conclusione) che è sempre una questione di luce: la luce e la sua incombenza.

Quella luce al nero (inchiostro) che invade la pagina bianca ovvero: il derma che si offre – incondizionatamente – alla scrittura. Pagina scritta come pelle scritta, ovvero:  luce al nero e luce al bianco.

Tra il venire alla luce e il separarsi dalla luce, tra il rinvenire alla luce e il finirsi nella luce, tra il riapprendersi alla luce e il dissolversi nella luce  c’è un certo percorso da compiere. Ed è all’interno di questo percorso (di luce digradante?) che si sviluppa la Memoria, è proprio nell’istante della sua costituzione che si può toccarla con mano. Dopo si può casomai ri-toccarla (ma anche ritoccarla nel senso di rimodellarla) ricordandola.

La messa in scena della memoria (metterla in posa per meglio toccarla) è la pagina scritta. Scritta con quel nero che si pavoneggia nell’essere il solo a poter tranquillamente venire alla luce e separarsi da essa, quasi senza colpo ferire o, se preferite, procurando esso stesso la ferita, lo squarcio, l’effrazione.

Dunque, nella coesistenza di bianco e di nero, nella dicotomia del venire-separarsi, il poeta può perfino permettersi il lusso di quantificare lo squarcio, magari innestandolo – così come fa la Arvasi – in un “tempo sazio” che “mangia i giorni”.

 

“Impossibile

disse

chiudere uno squarcio

se non trovi un pezzo perfetto

se è piccolo sprofonda se è grande è un coperchio

No, l’incastro dev’essere esatto

e continuò

qui

fra il bianco della carta e il nero dell’inchiostro

immobili ondeggiamo dentro

soli

o lune

comunque il cielo è intorno

mentre

oltre il sipario chiuso dei tendaggi

un tempo sazio mangia i giorni”

 

Nelle liriche della Bonomo, per esempio, si respira l’aria di una fine imminente o, meglio ancora, di un ripetersi – quasi masochista – di una fine che si è già data (che è già arrivata a sé, che è da sempre già arrivata a sé) e che, consumandosi (spolpandosi), non può fare a meno di ri-presentarsi. Questo senso di definitività si potrebbe riassumere in due sole parole: «ultimità sospesa» (da un lato si tiene il conto del tempo che passa e dall’altro lato si pone la domanda: “vuoi ancora sentire?”). Perché una fine impossibilitata a finirsi del tutto non può che sospendersi nell’immediato, in quel luogo presente-assente ove perpetrare l’atto (misfatto) del suo accadersi. La fine «si» accade (come direbbe Carrino: “Mi accado / da tanto di quel tempo / Ho troppo da mentire, / in questo anno elastico deforme mi allontano”) senza darsi interamente, o meglio: ri-dandosi ogni volta di più e al contempo allontanandosi. Allo stesso modo (e quidi: diversamente) la Bonomo si accade nell’accadersi della fine, sospendendo l’ultimità del suo verso.

[...]

Il lavoro (il mettersi in opera) di questi sei poeti può essere riassunto anche nel titolo di una poesia della Molesini: “Ti ho voluto dare un nome”.

Voler dare un nome significa rassicurasi e disfarsi. Voler dare un nome significa semplicemente poetare. Ma soprattutto, come la stessa Molesini insegna, non vuol dire solo risolvere o risolversi, ma anche reiterare – ad aeternum – un senso di «dimenticanza».

Dimenticare il nome vuol dire anche reinventare il nome.

Ed è questo quello che noi facciamo: diamo nomi sempre nuovi alle stesse cose. Così la Bonomo reinventa la colpa e l’espiazione  rinominandole. Così Anastasio reinventa l’utopia rinominandola. Così ci illudiamo che queste «nominazioni» possano guidarci verso una nuova soglia da varcare o, se preferite, verso una nuova soglia in cui sospendersi o attendersi.

A dire il vero, la questione dei nomi in Anastasio è abbastanza complessa. Così come abbiamo già visto con Carrino, anche la poetica di Anastasio è fortemente caratterizzata da una pressoché continua disseminazione. I segni non solo si moltiplicano a vista d’occhio ma si es-pongono senza permettere un riconoscimento immediato.

Se la Bonomo rimanda ad un ulteriore che è ancora da costituirsi, Anastasio rimanda ad un ulteriore che è da «apprendere» e «verificare».

[...]

E qual è il nome della Sciutti?

Il suo nome potrebbe essere la scala pluricromatica dei colori che pedissequamente «tormentano» la sua poetica o semplicemente i cristalli di fiato, ovvero: le parole. Il «nome proprio» della Sciutti è semplicemente: parola. Qui il nome si nomina attraverso la sua nominazione. La Sciutti chiama «parola» la parola. Nomina la parola dicendo che essa è un nome, o meglio che essa è «il» nome.

Segno di sé, in sé e fuori di sé.

Rivelazione (“affastella rami di parole persuase”) e delusione (“Perdute conoscenze di estasi mute”).

Nelle “parole persuase” c’è la “scrittura del disastro” come rivelazione del sé; e nelle “perdute conoscenze” ci sono l’oblio e il silenzio attraverso cui far parlare il disastro. È ovvio che in una scrittura del disastro la delusione può rivelarsi in un’accezione positiva e che ambedue le categorie portano alla disseminazione di segni.  Se ci si delude rivelandosi o se ci si rivela deludendosi vuol dire che sia il tempo della delusione che quello della rivelazione non possono bastare, almeno se presi singolarmente.

Sembra quasi che, per una scrittura del disastro, debbano esistere contemporaneamente o quantomeno riflettersi ed inscriversi l’uno nell’altro.

Non c’è un tempo univoco.

Ci sono solo tempi multipli scanditi al ritmo di rivelazioni e delusioni.

[...]

Il nome diventa un’incombenza di luce collerica (“soleggiami [...] il giudizio collerico”) che preannuncia (incipit) il ritorno, l’inevitabile ripetizione in cui differenziarsi e vanificarsi.

   Ma cosa chiedono in realtà tutte queste preghiere?

   Chiedono un nome univoco che possa, di volta in volta, rassi   curare?

   Chiedono un nome nuovo che possa dare un senso alla disseminazione-di-sé?

   Chiedono un nome attraverso il quale essere ricordati?

Per essere ricordati bisogna morire o quantomeno disfarsi di quel pezzo di sé (pezzo di scrittura) e affidarlo, per così dire, al trattamento della memoria e delle memorie. In tal senso, pensare la morte è il gesto del dispendio della scrittura, mettere a morte i pezzi che si staccano dal proprio cuore poematico durante il transito delle riproposizioni, durante le celebrazioni dei nomi e delle nominazioni.

Una delle lezioni derridiane recita così:

 

“Essere morto significa almeno questo: nessun beneficio o maleficio, calcolato o meno, non spetta più al portatore del nome, ma soltanto al nome; per questo il nome, che non è il portatore, è sempre, e a priori, un nome di morto”

 

In tal senso i poeti cercano e chiedono (preghiere) un nome che diverrà «nome» solo lasciando il loro corpo. Non tanto la morte vera e propria, ma la morte di quelle parti di sé che si staccano dal corpo. Si è in ciò in cui ci si manca. E ci si manca anche in quello di cui ci si disfa. Perdere la vita o perdere un pezzo di scrittura da questo punto di vista si equivalgono. Se la vita è maschera della morte, la scrittura è anche ciò che maschera e smaschera l’autore che si mette a morte donando pezzi di sé.

   Cosa sono le maschere?

Le maschere sono i nomi plurali, i simulacri, non tanto la pluralità che si innesta nel sigolare ma la pluralità che appartiene – in senso originario – al singolare. I mille nomi di Anastasio, le tre donne-luoghi-istanti della Arvasi, la mise en abîme della parola metaforizzata in “cristalli di fiato” nella Sciutti, la ripetizione ossessiva dei nomi e delle nominazioni di cui disfarsi nella Bonomo, i tempi (s)memorati e ri-allocati di Carrino, il continuo decentramento dei luoghi in cui aver-luogo e i verbi-tempi asincroni della Molesini, tutte queste cose sono, in un certo senso, preghiere che donano un plus-valore al detto poetico.

Allora, alla nostra prima domanda “chiedono un nome univoco”, dobbiamo rispondere semplicemente: no. Essi cercano un insieme di nomi (nomi plurali) contenuti in un nome univoco, nomi che possano mascherare e smascherare. Ed è per questo che all’interno di ogni singolo nome vive e palpita un intero mondo di nomi e nominazioni, di maschere e simulacri.

Recuperando le due citazioni di Eliot e della Plath, si potrebbe dire che il nome folle è la follia di voler scoprire il proprio nome, il proprio demone deterritorializzandosi nella pressoché continua nominazione delle maschere e dei simulacri.

La singolarità nel plurale e la pluralità del singolare.

Riconoscersi e dissimularsi.

Nomi e nominazioni.

[...]

Nella poetica della Bonomo parlano gli intervalli, il precipitarsi nelle pause, gli spazi ove amplificare la distanza.

Tra precipitato e precipitato, tra intervallo e intervallo c’è un’inaspettata correlazione tra i capelli-serpenti dalle “vocali dure” di Carrino, le serpi-parole-sanguisughe “in punta alle serpi del cuore” della Bonomo, le “serpi di sillabe” della Sciutti e le sillabe che, nella Molesini,  danno voce al sangue:

 

“strale frizzante

lì tutto si spegne

lì tutto si perde

per questo resta sveglia

e attizza le sillabe

dà dieci voci dieci

al sangue, al sangue”

 

Se la poetica della Molesini si caratterizza anche attraverso frequenti enjambements qui non è il singolo verso a precipitare, ma l’intero concetto che si apre con uno strale in caduta libera e si surdetermina nel precipitare ulteriormente nella voce del sangue.

In tema di precipitati e di intervalli vorrei qui ricordare una sorta di vezzo che ricorre in Carrino, là dove il precipitato non è una parola (come negli enjambements) ma un vuoto (intervallo?) evidenziato dalla ripetizione della virgola posta a capo del verso successivo.

 

“Le pause,

, preziose,

zittiscono”

 

Qui l’esempio è calzante perché – in una sorta di invaginazione metalinguistica – si parla propriamente di pause, di intervalli. L’intervallo si situa proprio nello spazio tra virgola e virgola.

Ma c’è dell’altro:

 

“Io non so di santità silenziose

delle bocche quietate non ho potuto conservare il respiro

nemmeno un alito imbottigliato,        , un’anidride monca”

 

In questo caso il discorso è ancora più evidente poiché l’intervallo viene creato graficamente nello spazio bianco. Suggestionando, si potrebbe dire che l’intervallo è quello spazio bianco che si rifiuta di essere investito dal suo stesso cuore nero.

La Molesini, surdeterminando il vezzo (l’urgenza), innesta un precipitato all’inizio della poesia a mo’ di incipit:

 

, un inizio violento

l’apertura esemplare

senza procedere

un altare

 

Se si pensa che il titolo della poesia è “ECCO”, scopriamo che quell’incipit, quell’apertura, quel precipitato rappresenta una sorta di trasfigurazione semantica del titolo. Quell’ecco, che lascia sottendere un’apologia dichiarativa o un atto di presenza, si smentisce cadendo (precipitando) ancor prima di cominciare: non un atto di presenza quindi, ma la caduta che precede il gesto dell’affermazione. Quell’ecco è il «già arrivato a sé» che precipita nel suo «s-velarsi». Così facendo in realtà si vela: si nasconde dietro il velo, si ritrae al riparo del velo dichiarando che il suo precipitare è il gesto inaugurale nel quale smentirsi.

[...]

Lo scambio tra il sé che guarda e il sé che viene guardato duplica, in un certo senso, il ritratto (il ritrarsi), ovvero: la cosa da guardare, la cosa in cui entrare in un passaggio da dentro a dentro.

Paradossalmente, ma nemmeno più di tanto, questo passaggio da dentro a dentro si dà, accade solo a condizione di fuoriuscire, di porsi al di fuori per meglio guardarsi. La cosa da guardare qui è anche la poesia che si dà sotto forma di ritratto. E se quel qualcosa o quel qualcuno che, per meglio guardare, si pone al di fuori è già poesia in sé, vuol dire che qui si corre il rischio di guardare uno specchio che riflette la deterritorializzazione di sé o di una parte di sé. Se la poetica di Carrino si vela dietro uno schermo facendosi flusso liquido e orizzontale, quella di Anastasio si eleva facendosi vampa verticale. Se la poetica della Bonomo si maschera conclamando il peso dell’alterità, quella della Sciutti sembra tendere alla dissolvenza e all’evaporazione.

C’è qui una doppia coppia che, per dirla alla Bonomo, crea una “curiosa simmetria”, e – speculando anche sui contrari (orizzontale-verticale) e sui simulacri (maschera-disconoscimento/dissolvenza- evaporazione) – pretende che il guardare venga differenziato dal semplice vedere, pretende una visione diversa che non può accontentarsi semplicemente di osservare. Qui si tratta di andar dentro, di perforare. Non un riflesso né un semplice ritratto, ma il denudamento della poematicità.

Tra questa doppia coppia si innestano la Arvasi che si pone al di fuori calandosi all’interno e la Molesini che inneggia il calore ostentando una finta freddezza.

In tutte e sei le poetiche troviamo quindi una serie di specchi in cui guardarsi e ritrarsi, in cui riconoscersi e dissimularsi. 

   Ma cosa riflettono questi specchi?

Non possono certo riflettere solo la luce.

Devono, per forza di cose, riflettere anche quella che suggestionando la Sciutti possiamo definire come “un’intercapedine di buio”, ovvero: l’ombra.

L’incombenza di luce attraversando l’aria si frange sui corpi evidenziando, svelando (mettendo in luce)  il cuore poematico.

In questo mettersi in opera dell’ombra, citando solo alcuni occorrimenti, troviamo: la “strada dell’ombra” nella Molesini , gli “screzi d’ombra” nella Sciutti, e in Carrino troviamo un inciso che suona così: “ombra epifora e ombra ancòra”.

Qui Carrino parte da una parola accorpata (“lampaffranta”) che definisce la luna e recita: “fila d’argento il contorno in processione”. E se gli screzi d’ombra della Sciutti sono “orci mentali” che parafrasando la Molesini divengono “i limiti della grande piazza nel sole”, vuol dire che senza luce non può esserci ombra, che l’ombra non esiste da sé se non attraverso la luce che la genera, anche se la Arvasi, rovesciando la situazione, sembra innestare la luce all’interno di una terra d’ombra: “Figure generate per riempire / gli spazi vuoti della terra d’ombra”.

[...]

È un po’ come se i nostri sei autori si ponessero all’ascolto della propria scrittura cercandone la corporeità.

Se Anastasio fa risuonare le voci smodate dei suoi personaggi perforando il senza fondo del caos che ci circonda, se la Molesini opera per scissioni di suono, se la Arvasi deterritorializza il tempo reiterando il suono di  un istante sempre uguale e sempre diverso, se la Sciutti si ego-ausculta, se la Bonomo si detta attraverso il colpo di una colpa non commessa e che non prevede assoluzione denudando il suono vibratile delle sue figure sfigurate, se Carrino ri-configura la memoria disperdendola in echi di pulsioni di desideri repressi e reiterati, vuol dire che lo scarto (o almeno uno scarto) si costituisce su quella linea che congiunge-disgiunge l’écrit al récit.

Si potrebbe dire: un écrit figurato e un récit malato di figurazioni. Un écrit possibilista e un récit che cerca l’impossibile nell’universo delle possibilità.

[...]

Le  tendenze decostruttive di Carrino e Anastasio, il corpus  ironico e spiazzante della Molesini, la sfera dell’intimo messa in posa dalla Arvasi, la sfida lirica in cui si misura la Sciutti, il tormentone edi­pico-famigliare della Bonomo, per quanto apparentemente slegati tra loro, si situano in una sorta di chora idealizzata che rinuncia alla criticità di un facile ermetismo allo scopo di produrre un’aggiunzione di senso.

Senso e sensi al lavoro per un ulteriore che è sempre da costituirsi.

Si potrebbe parlare di un ulteriore in progetto di divenire tale, di una sorta di eterno work in progress che prepara – ad aeternum –  il territorio più adatto per consumare la battaglia e per consumarsi nella battaglia.

Di battaglia in battaglia ecco la guerra dei significanti, di volta in volta deterritorializzati verso l’evento successivo, verso il punto di fuga. Nell’immediato poetico dei nostri sei autori si rimanda e ci si rimanda all’ulteriore, alla possibilità altra, ad un rinvio del senso mai univoco e sempre plurisignificante. Vive qui un senso innato di prosecuzione, una sorta di tendenza al supplemento, come se ognuno di loro scrivesse a favore di un a venire.

La lingua propriamente lessicale tende al suo farsi corpo, ad acquistare un senso materico. Per questo forse la legge tacita che accomuna i nostri sei autori afferma che non ci si può limitare al senso comunemente inteso e al significato, per così dire, diretto. Quella lingua corporea filtra i significanti all’interno di un processo psichico e li riplasma sovraccaricandoli di senso. In senso lacaniano la sostanza non può esaurirsi o ridursi ad un solo significante. Da qui l’instaurarsi di una catena di significanti o comunque di rinvii. Ciò che è rinviato ad altro o all’altro presuppone l’accezione altra, ovvero: si apre all’universo della possibilità.

La possibilità, detto in parole povere, è anche la differenza.

Così la catena dei significanti diventa una catena differenziale,  instaura la differenzialità in cui deterritorializzare i vari significanti.

[...]

Non possiamo limitarci a parlare di modalità (poeticità), né di essenza (poematicità) e anche se fino ad ora non abbiamo fatto altro che questo, se ci siamo prodotti proprio nella ricerca di quell’altro, di quell’alterità che continua a fuggire per la sua strada, anche se ci siamo allontanati in ogni tentativo di avvicinamento, l’unico gesto di prosecuzione potrebbe ricondursi alla nascita (o meglio: al ri-cominciamento della nascita) e alla morte (la ripetizione ossessiva della morte) della scrittura.

Se la pagina bianca è il gesto d’aria e se la pagina scritta è l’incombenza di luce, vuol dire che ciò che nasce nell’aria è destinato a morire per opera della luce al nero che lo investe.

C’è sempre una nascita che apre le danze e c’è sempre una morte con cui fare i conti.

Anche se questa fantomatica e fatidica luce al nero conclamando una morte si fa tramite per una rinascita.

 

 

 

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sabato, 14 giugno 2008,22:45

 

parmapoesia

Parma

Domenica 22 giugno alle ore 18

Chiostro della SS Annunziata di Via D'Azeglio

 

Le parole della Musica con Liberodiscrivere

 

Presenta Antonello Cassan

 

Mauro Macario legge alcune poesie di Riccardo Mannerini

autore di alcuni testi per Fabrizio de Andrè e dei New Trolls

dal libro “Un poeta cieco di rabbia” (Liberodiscrivere®edizioni )

 

 

Dalla collana di poesie Libero di stile

Enzo Campi  e Anna  Maria Meliga 

presentano

“Tre donne d’istanti”

e

"Collezione di piccoli rancori"

(Liberodiscrivere®edizioni)

di Lara Arvasi

 

 

segue spettacolo di Mauro Macario

con Gianluigi Cavaliere e i Chantango

(dal libro “Silenzio a Occidente” Liberodiscrivere® edizioni

e dal CD “Bestiario d’amore” Freecom/Self.)

 

 

 

 



 

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lunedì, 02 giugno 2008,13:59

 

Festival Internazionale della Poesia di Genova

 

Venerdi 13 Giugno ore 21

Truogoli di Santa Brigida

 

Notte della poesia

 

Liberodiscrivere edizioni

 

presenta

 

gesti d’aria e incombenze di luce
gesti d
parole, proiezioni, performances
su progetto e cura di Luigi Romolo Carrino
 
con
 
Lara Arvasi (Collezione di piccoli rancori)
Alessandra Palombo (Il lavoro del vento)
Carlo Difrancescantonio (La dipendenza)
Enzo Campi (Gesti d’aria e incombenze di luce)

Comunicato

 

Venerdì 13 giugno 2008, alle 21.00, in piazza dei Truogoli di S. Brigida (GE), L.R. Carrino presenta Gesti d’aria e incombenze di luce: parole, proiezioni, performances.

 

Gesti d’aria e incombenze di luce è l’uso della parola fermata nell’istante del concepimento, l’interazione con l’immagine, fissa o in movimento, la teatralità, la musica, l’incombenza della voce con la luce dell’arte in alcune delle sue forme. I poeti della collana Libero di Stile, di Liberodiscrivere Edizioni, sono autori performativi. Nel panorama della Poesia si distinguono per la volontà di restituire la parola ‘scritta’ in altre forme, una sorta di raggiungimento del lettore che, se non è lui stesso a raggiungere la parola stampata, è la parola detta, pronunciata, immaginata, musicata, raffigurata, che va a raggiungere il fruitore.

PROGRAMMA DELLA SERATA

 

1. L.R. Carrino

Introduzione collana “Libero di stile” di Liberodiscrivere”. Poeti presenti.

 

2. E. Campi

Collapse di voci (video)

 

3. A. Palombo

Il lavoro del vento, presentazione del volume. Lettura dell’autore.

 

4. L. Arvasi

Trentanovenotti (video).

 

5. C. Di Francescantonio

La Dipendenza, presentazione del volume. Lettura dell’autore

 

6. Lara Arvasi

Presentazione dei due volumi in libero di stile

 

7. Enzo Campi

Gesti d’aria e Incombenze di Luce, presentazione del volume.

Video (work in progress)

 

8. L. R. Carrino

Incombenza del quando penso a te (video)

 

9. A. Palombo

Lettura dell’autore

 

10. L. Arvasi

Ho solo due bottiglie di aranciata nel baule (video)

 

11. C. Di Francescantonio

Lettura dell’autore

 

12. L. R. Carrino

Terry a novembre (video)

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sabato, 01 dicembre 2007,14:16

cop libro

Enzo Campi

 

“donne  (don)o  e  (ne)mesi”

 

 

Conversazioni

con

 

Rita Bonomo, Giovanna Panigadi, Marianna Russo, Teresa Mucherino

 

Prefazione Romano Giuffrida

 

Liberodiscrivere edizioni - Genova – 2007

 

Dal link

http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=130179

si può accedere direttamente alla scheda del libro sul sito della casa editrice ove è possibile acquistare il libro on line anche con spedizione in contrassegno.

 

 

L’opera si conclude con questa frase: “Utopia al lavoro o «possibile» impossibilità?” Ci si riferisce alla condivisione e alla coabitazione delle «distanze» che, storicamente, si instaurano nei mondi del maschile e del femminile. Per «abitare» la distanza bisogna prodursi in un transito, un movimento che, dal punto di vista della donna, deve assumere i connotati di un evento. Quest’opera, nella sua prima parte, compie per l’appunto un percorso intellettuale che si costituisce a partire da «approcci» al pensiero di donne (Antigone, Elettra, V. Woolf, J. Kristeva, M. Zambrano, S. Plath, T. Modotti, M. Curie, D. Arbus, G. Pane, J. Malina, S. De Beauvoir, S. Weil, ecc.)  che sono riuscite, nel bene e nel male, ad imporre il loro nome al femminile in una storia che si è costituita e delineata essenzialmente al maschile.

Ho detto “approcci” e voglio sottolinearlo, perché in questo libro non troverete “ritratti” di donne specifici e approfonditi. Questo libro si nutre del pensiero o delle azioni di quelle donne per costruire un percorso di pensiero. Un pensiero che non si arroga il diritto di dare le risposte, ma forse, si prefigge di sviluppare, nel lettore, la coscienza dell’interrogazione, di far sì che la gente si ponga le domande. Allora: “differenza e uguaglianza” sono riconducibili all’evento, mentre l’uguale e la  disparità  sono riconducibili al movimento. Qual’è la differenza tra movimento ed evento? È presto detto: la donna, quella dal nome generico, se accetta il suo ruolo di sottomissione e se si rende “uguale” alle altre donne, se si uniforma o si lascia uniformare, è una fautrice del semplice movimento. Il suo transito produce un movimento improduttivo. La donna che si tira fuori dallo schema delle prevaricazioni etiche, sociali, politiche, religiose e che tenta di affermare il proprio nome, che raggiunge una sorta di coscienza individuale, produce un evento. Il suo transito produce un evento produttivo. Produrre un evento e quindi «farsi evento» significa imporre il proprio nome alla storia, o meglio: rivendicare il  «nome proprio».

Nella nostra epoca, nell’epoca in cui viviamo si tratta –sempre e comunque- di dare un nome alle cose, per renderle immediatamente riconoscibili ma anche per etichettarle e per rassicurarsi. Se io so di cosa si tratta e do un nome a quella cosa, io acquisisco potere su quella cosa. È così da sempre. C’è un esempio emblematico nella genesi quando dio conferisce ad Adamo la facoltà di nominare le cose e gli animali. Solo così Adamo può acquisire potere su una cosa che fino a quel momento gli era sconosciuta o gli procurava disagio: per l’appunto nominandola. Per la donna il discorso –partendo da questi presupposti- diviene ancora più complesso. Se la donna è nata da una costola dell’uomo, ebbene è proprio  per questa ragione che l’uomo si arroga il diritto di considerarla come una sua proprietà personale. In poche parole è come se la considerasse una parte di sé. C’è quindi un primo esercizio di potere a cui se ne aggiunge un altro con la nominazione. Ma, attenzione, questa nominazione, il nome che viene dato alla donna non è un nome proprio, un nome distintivo e che conferisce una dignità e una personalità. È un nome generico. In un passo del libro si accenna proprio a questo concetto. L’uomo e quindi la società, l’etica, la religione, il potere politico, gli usi e le consuetudini, in poche parole le regole e le norme che indirizzano e condizionano il nostro vivere, quando devono dire Marie Curie dicono “quella donna che ha vinto 2 nobel”, quando devono dire Maria Montessori dicono “quella donna che ha dedicato tutta la sua vita alla pedagogia”. Così solo per fare due esempi. Cos’è che viene detto? Viene detto: “quella donna”. Quella donna è un nome generico, non un nome proprio. Se si vuol dire, per esempio, Giulio Cesare o Alessandro Magno, si dice propriamente Giulio Cesare e Alessandro Magno. L’uomo ha il suo nome proprio e la donna ha il suo nome generico. L’uomo acquisisce così un doppio potere sulla donna prima nominandola e poi attribuendole un nome generico, una genericità, una sorta di mancanza di personalità. Ed è così da sempre, lo dico nel libro e lo ricorda anche Romano Giuffrida nella prefazione, lo stesso Aristotele diceva che la donna è un uomo mancante.

Manca anche e per l’appunto di un nome proprio. È questo quello che la storia ci dice. Fin dall’inizio dei tempi tra l’uomo e la donna si genera una distanza che–amplificandosi– produce tutta una serie di prevaricazioni, sottomissioni, spersonalizzazioni, abusi, violenze, patologie ecc.

È sempre una questione di nominazioni e di dominazioni. Bisogna sempre partire dal nome e parlarne. Una delle ragioni per cui è stato scritto questo libro è proprio quella di conferire alla donna un nome proprio.

Altri post correlati ai link:

viadellebelledonne

identità sonnambula

Di Viole e Ciclamini

Miles

 

 

 

N.B.Segue una presentazione più dettagliata.

 

 

 

 

 

 

 

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lunedì, 01 ottobre 2007,12:10

Enzo Campi

donne

(don)o  e  (ne)mesi

cop libro

Liberodiscrivere edizioni - Genova - 2007

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Dal link

http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=130179

si può accedere direttamente alla scheda del libro sul sito della casa editrice.

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Enzo Campi

"donne  (don)o  e  (ne)mesi"

Conversazioni

con

Rita Bonomo, Giovanna Panigadi,

Marianna Russo, Teresa Mucherino

Prefazione di Romano Giuffrida

Nda: nell'impossibilità di essere esaustivo in una presentazione, nella necessità di essere il più sintetico possibile, ho optato di ripercorrere a grandi linee i temi conduttori del libro, sbobinando la registrazione della serata in cui l'opera è stata presentata ufficialmente alla Festa dell'Unità di Reggio Emilia, nell'ambito delle anteprime del Reggio Film Festival, il 14 settembre 2007.

Questi sono alcuni passaggi estrapolati dal dibattito.

[...]

Nella nostra epoca, nell’epoca in cui viviamo si tratta –sempre e comunque- di dare un nome alle cose, per renderle immediatamente riconoscibili ma anche per etichettarle e per rassicurarsi. Se io so di cosa si tratta e do un nome a quella cosa, io acquisisco potere su quella cosa. È così da sempre. C’è un esempio emblematico nella genesi quando dio conferisce ad Adamo la facoltà di nominare le cose e gli animali. Solo così Adamo può acquisire potere su una cosa che fino a quel momento gli era sconosciuta o gli procurava disagio: per l’appunto nominandola. Per la donna il discorso –partendo da questi presupposti- diviene ancora più complesso. Se la donna è nata da una costola dell’uomo, ebbene è proprio  per questa ragione che l’uomo si arroga il diritto di considerarla come una sua proprietà personale. In poche parole è come se la considerasse una parte di sé. C’è quindi un primo esercizio di potere a cui se ne aggiunge un altro con la nominazione. Ma, attenzione, questa nominazione, il nome che viene dato alla donna non è un nome proprio, un nome distintivo e che conferisce una dignità e una personalità. È un nome generico. In un passo del libro si accenna proprio a questo concetto. L’uomo e quindi la società, l’etica, la religione, il potere politico, gli usi e le consuetudini, in poche parole le regole e le norme che indirizzano e condizionano il nostro vivere, quando devono dire Marie Curie dicono “quella donna che ha vinto 2 nobel”, quando devono dire Maria Montessori dicono “quella donna che ha dedicato tutta la sua vita alla pedagogia”. Così solo per fare due esempi. Cos’è che viene detto? Viene detto: “quella donna”. Quella donna è un nome generico, non un nome proprio. Se si vuol dire, per esempio, Giulio Cesare o Alessandro Magno, si dice propriamente Giulio Cesare e Alessandro Magno. L’uomo ha il suo nome proprio e la donna ha il suo nome generico. L’uomo acquisisce così un doppio potere sulla donna prima nominandola e poi attribuendole un nome generico, una genericità, una sorta di mancanza di personalità. Ed è così da sempre, lo dico nel libro e lo ricorda anche Romano Giuffrida nella prefazione, lo stesso Aristotele diceva che la donna è un uomo mancante.

Manca anche e per l’appunto di un nome proprio. È questo quello che la storia ci dice. Fin dall’inizio dei tempi tra l’uomo e la donna si genera una distanza che–amplificandosi– produce tutta una serie di prevaricazioni, sottomissioni, spersonalizzazioni, abusi, violenze, patologie ecc.

È sempre una questione di nominazioni e di dominazioni. Bisogna sempre partire dal nome e parlarne. Una delle ragioni per cui ho scritto questo libro potrebbe essere proprio questa: quella di conferire alla donna un nome proprio.

[...]

La cosa più importante oltre le intenzioni e lo stile, è rappresentata dall’approccio, che può anche essere un approccio diverso dal solito, inusuale, che possa cioè permettersi di instaurare quello che io chiamo “il seme della differenza”. Al di là di tante speculazioni filosofiche che hanno surcodificato la differenza a più livelli cognitivi, la differenza è anche nella ripetizione o in quella che potrebbe sembrare una ripetizione, ma che in realtà ogni volta aggiunge un piccolo tassello, una nuova apertura. In una delle domande che mi sono state poste da Marianna Russo e che non ha trovato spazio nel libro si parlava proprio di una costante del mio scrivere che consiste proprio nell’abbandonare e nel riprendere lo stesso concetto più volte. Forse dipende proprio da quella tendenza innata che io ho verso la drammatizzazione, provenendo comunque da esperienze teatrali e cinematografiche. Differenza e ripetizione. Tralasciando Deleuze che ci ha già illuminato su questo concetto, per dirlo così come l’ha detto Giovanna Panigadi nel libro: “desiderio e ricerca”. Da un lato il desiderio di riuscire a realizzare un prodotto diverso e dall’altro lato la ricerca del “come”.

[...]

Il doppio, la dicotomia, vengono spesso considerati come uno scontro fra due cose in opposizione tra loro. Ebbene, questo non è assolutamente vero, non sempre almeno. I due termini che formano la dicotomia possono anche essere complementari. Abbiamo qui un caso lampante nel titolo del libro: dono e nemesi. Cos’è la nemesi ? La nemesi, nell’accezione più comune, si rivolge all’annientamento, alla distruzione. Ma una delle sue accezioni originarie ci riporta alla “distribuzione”. E non solo: una distribuzione secondo logica e giustizia. Una distribuzione di questo tipo è, a tutti gli effetti, un dono.

[...]

Io partirei dal primo doppio al lavoro che è quello relativo alla struttura del libro. Il libro è diviso in due parti. Una prima parte che è una sorta di excursus, si potrebbe dire una trasvolata su alcuni personaggi, su alcune donne che, sovvertendo la regola della nominazione generica, hanno imposto il loro nome alla storia. Donne più o meno celebri quindi. Ed ecco la seconda parte che, per necessario contraltare, vede entrare in scena 4 donne cosiddette “qualsiasi” – Rita Bonomo forse usa un appellativo più consono dicendo “donne comuni”- , senza nulla togliere a quello che sono state, che sono o che potrebbero diventare.

[...]

In realtà la regola del doppio non è univoca (e scusate il solo apparente paradosso doppio-univoco), nel senso che spesso si può moltiplicare all’interno di uno dei due componenti della dicotomia. Non è per parafrasare nomi ilustri, ma essendo molto vicino alle pratiche decostruzioniste che hanno rivoluzionato e rinnovato e anche complicato il mondo della filosofia contemporanea, c’è qui una mise en abyme, una messa in abisso, un andare all’interno, un qualcosa che a sua volta si sdoppia in sé. Parafrasando Derrida, Nancy e altri si potrebbe parlare di invaginazione, di ripiegamento. Almeno uno dei due componenti del libro è doppio in sé, si potrebbe dire doppiamente doppio perché le donne “qualsiasi” sono 4. Anche da un punto di visto aritmetico sono in un certo senso doppie: possono essere sia sommate che moltiplicate: due + due e due X due fa sempre 4. Il risultato non cambia, ciò che cambia è il modo in cui questi due termini interagiscono, coesistono o meglio, come si pongono l’uno nei confronti nell’altro. La differenza è quindi nel “segno”, nel + e nel X. La differenza, e questo è uno dei temi conduttori del libro, sta nel modo di porsi a confronto, nel prediligere l’incontro o lo scontro.

E questo avviene soprattutto fra i due sessi, fra quelle due animalità: il maschile e il femminile. Se il risultato è sempre uguale ciò che conta sta nel mezzo, non l’inizio né la fine, ma solo il “durante”. Il percorso che bisogna compiere.L’attraversamento, il transito. Ed è importante anche “come” si compie quel percorso.

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Questo libro è un percorso. Io direi un “percorso di pensiero” costruito attraverso “approcci” ad alcune figure di donne o al pensiero di alcune donne più o meno famose. Ho detto “approcci” e voglio sottolinearlo, perché in questo libro non troverete “ritratti” di donne specifici e approfonditi. Questo libro si nutre del pensiero o delle azioni di quelle donne per costruire un percorso di pensiero. Un pensiero che non si arroga il diritto di dare le risposte, ma forse, si prefigge di sviluppare, nel lettore, la coscienza dell’interrogazione, di far sì che la gente si ponga le domande. Allora: “differenza e uguaglianza” sono riconducibili all’evento, mentre l’uguale e la  disparità  sono riconducibili al movimento. Qual’è la differenza tra movimento ed evento? È presto detto: la donna, quella dal nome generico, se accetta il suo ruolo di sottomissione e se si rende “uguale” alle altre donne, se si uniforma o si lascia uniformare, è una fautrice del semplice movimento. Il suo transito produce un movimento improduttivo. La donna che si tira fuori dallo schema delle prevaricazioni etiche, sociali, politiche, religiose e che tenta di affermare il proprio nome, che raggiunge una sorta di coscienza individuale, produce un evento. Il suo transito produce un evento produttivo. Ricordate quando ho detto che la differenza è nel “segno”?  Nel caso dell’evento produttivo si tratta proprio di lasciare il segno, un segno distintivo. Nel caso del movimento improduttivo il segno non è distintivo ma sprofonda nei territori dell’uguale. Permettetemi di leggere un passo dal libro:

 

«Potrebbe sembrare un paradosso parlare negli stessi termini di differenza e di uguaglianza, così come potrebbe sembrare una contraddizione affermare che la differenza è proprio l’uguaglianza. Cerchiamo di capirci. Abbiamo già differenziato l’uguale dall’uguaglianza, l’uguale è ciò che uniforma, spersonalizza e l’uguaglianza è la parità di diritti e di doveri. In questo corpus totalizzante e globalizzante l’uguale è ciò che impera e l’uguaglianza è ciò che manca. raggiungere quindi l’uguaglianza significa instaurare la differenza nell’uguale, ovvero sopperrire con il proprio corpo alla mancanza che è propria del corpus»

 

A parte il vortice linguistico, cos’è il corpus? Il corpus è la società, è la storia. Il corpus è ciò che detta le regole del quieto vivere, che ci dice cosa fare, come farlo e quando farlo. In questo corpus l’uomo è l’aspetto primario e la donna quello secondario. Ed è inutile far finta di niente o illudersi che le cose siano cambiate. Magari è cambiata la forma ma non la sostanza. l’escissione esiste ancora, l’infibulazione esiste ancora, esistono ancora pratiche di sottomissione, di sfruttamento. Magari è cambiato il “come” ma ci si chiede ancora il “perché”. La donna deve aprirsi una breccia in questo corpus, deve produrre quella che nel libro viene definita “effrazione”. La parola effrazione significa letteralmente “furto con scasso”. La donna deve prodursi in un furto, deve cioè rubare ciò che non le è mai stato dato. L’effrazione, questa sorta di furto, è l’evento produttivo. Bisogna fare qualche nome, e nel libro si passa da Marguerita Porete a Emma Goldman, da Tina Modotti a Judith Malina, da Anna Seghers a Maria zambrano, da Rosa Luxembourg a Julia Kristeva, da Hanna Arendt a Simone de Beauvoir, da Simone Weil a Sylvia Plath, da Gina Pane a Diane Arbus, da Lou Andreas-Salomé a Dolores Ibarruri, da Luce Irigaray a Flora Tristan; ma anche nomi del passato che appartengono alle nostre memorie scolastiche, donne come Antigone, Elettra ecc.

Donne che hanno prodotto eventi.

 

« Quando Susan Brownell Anthony (1820-1906) –che si era già distinta per il suo attivismo a favore della liberalizzazione della donna nella società- nel 1872 si reca alle urne per rivendicare il suo diritto al voto produce un evento storico contro la storia. Viene naturalmente arrestata, ma è anche per merito suo che le donne, in America, nel 1920 otterranno il diritto al voto »

 

« Nel 1678, in Italia, si costituisce un evento storico. Lucrezia Cornaro Piscopia (1646-1684) è la prima donna al mondo che ottiene un dottorato, è la prima donna che si laurea in un mondo, quello accademico, ove la donna era letteralmente bandita. Bisognerà poi aspettare qualche decennio per far sì che un’altra donna italiana potesse pervenire a quello che veniva considerato come un vero e proprio onore. Solo nel 1732 Laura Bassi (1711-1778), ottiene una laurea in filosofia, anche se il suo principale interesse si orienterà verso le discipline scientifiche, in particolare la fisica »

 

Quindi creare un evento significa pervenire all’attribuzione di un nome proprio,  significa instaurare la differenza nell’uguale.

Quell’uguale che è il regno incontrastato della spersonalizzazione, della mancanza di un’identità, il regno del nome generico.

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C’è un luogo comune, una frase fatta, che recita : “la storia si ripete”.

Ebbene, sarà anche un luogo comune, ma è una frase tremendamente reale. È proprio così, la storia si ripete, si ripete sempre uguale. Perché? Perché c’è sempre bisogno di chi esercita il potere e di chi subisce il potere.

In un passo del libro dico:

 

«Le macchine sociali, politiche, etiche sono –anche se a diversi livelli– tutte essenzialmente sadiche nell’esercizio e nell’eccedenza del proprio potere. Per la donna la prevaricazione maggiore proviene dalla macchina fallocratica. Nel 1641 una filosofa femminista francese, Marie de Journay, scrive che il sistema al maschile conferisce alle donne il diritto all’ignoranza, il diritto di sembrare stupide e il diritto ad uno stato di servitù. Nel 1844, duecento anni dopo, un’altra femminista francese, Flora Tristan, rivendica per le donne il diritto all’istruzione, il diritto alla dignità di essere umano e il diritto al lavoro. Tutte frasi che ancor oggi, nel 2007, mi capita di leggere su libri e giornali o di ascoltare in televisione. Ed anche questa è una domanda che dobbiamo porci e sulla quale riflettere»

Allora se, da quattrocento anni a questa parte,  continuiamo a ripetere sempre le stesse frasi vuol dire che –nella sostanza- non è cambiato assolutamente nulla, o quantomeno che la storia si ripete, si ripete sempre uguale. Magari qualcosa è cambiato ma solo nelle modalità e non nella sostanza

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Dall’altro lato troviamo invece una ostentazione dell’esibizione della donna, o meglio ancora del suo corpo, esibizione pornografica o che comunque allude alla pornografia. Oggi non c’è una trasmissione televisiva che non abbia le sue veline, letterine , vallette o le solite bellocce di turno a cui generalmente non viene concesso nemmeno di parlare e che non fanno altro che mettere in bella mostra seni e glutei.

Certo, la donna è libera di far mostra di sé, di mettere in mostra e quindi di liberalizzare il proprio corpo, ci mancherebbe altro –tra l’altro da un punto di vista estetico fa anche piacere vedere un bel corpo–, ma quello che io mi chiedo è quante di quelle veline lo fanno per libera scelta. La verità è che bisogna fare determinate cose per rispondere alla domanda di mercato. Quindi si è in un certo senso costretti o comunque indotti a fare determinate scelte.

E se il mercato richiede questo tipo di cose è perché le macchine sociali ci hanno progressivamente abituato a questo tipo di dipendenza. Da che mondo è mondo il sistema ti da un dito per non farti pensare che quel dito è attaccato ad una mano, per non farti pensare che la realtà è ben più complessa.

E la ridefinizione di questa teoria e prassi, la modificazione dello status e del corpus diventa sempre più difficile, a meno che non si riduca ad un evento individuale. Quando parlo del concetto di comunità e anche di una sua accezione che è quella della “comune” – comune che è comunque fallita con il fallimento dell’ideologia che la sosteneva– mi sono trovato obbligato a citare l’esempio del Living Theatre che è emblematico in tal senso, in quanto è stato il diretto destinatario dell’attacco delle macchine sociali-, quando mi trovo a pensare ad un evento collettivo io divento pessimista. Io sono pessimista e riesco ad immaginare solo eventi individuali, privati e non pubblici, o comunque eventi condivisi con pochi consimili.

Ad una delle domande che mi sono state poste da Giovanna Panigadi ho risposto così:

 

« L’isolamento (così come, per esempio, professato da Teresa Mucherino nel suo profilo) e poche consimiltà sono le uniche idee possibili, o meglio le uniche idee che rendono praticabile una possibilità. L’abbiamo già detto –e l’ha ribadito anche Teresa come un a priori che qui dobbiamo definire “insopprimibile” – : l’evento è individuale. Chi vuole può agire nel suo proprio (ricordi la Kristeva: “impossibile proprio”?) anche se il sistema lo considera “improprio”. Chi vuole può cercare una possibilità nell’impossibilità che ci pervade, cioè nell’impossibilità che ci attacca dal fuori. E qui si situa la domanda: c’è la volontà di cercare un evento? Porsi e porre  le domande è sia sintomo di desiderio che volontà di ricerca. Ma è anche vero che il privato, l’isolamento, una situazione di intimità non sempre può bastare. Ed ecco scendere in campo i “pochi consimili”. Ogni relazione, sia quella con il proprio (im)possibile sé che quella con i pochi consimili, rimette in gioco il filo conduttore della mia riflessione, il «con». Senza un «con» non può esserci futuro se non quello che viene costruito a misura sulla divisione. Senza un «con» si rischia l’abbrutimento. E se il «con» si riduce ad un’esistenza-essenza privata o quasi privata, ebbene: io comunque quel «con» comincio a prenderlo e tenerlo ben stretto. E poi.... »

[...]

Se ciò che procura il danno è il sistema, ebbene la beffa è insita, per definizione, nel danno, è in esso inscritta. L’ho appena detto: le macchine sociali, politiche, etiche, religiose ecc- sono essenzialmente sadiche sia nell’esercizio che nell’eccedenza del loro potere.  il potere produce assuefazione e compiacimento.

La virago, la cosiddetta donna virile, la donna per così dire mascolina, e non tanto nelle fattezze ma soprattutto nell’atteggiamento, nel modo di porsi a confronto o nell’esercizio di un qualsiasi potere, è quella donna che vorrebbe sostituire l’uomo, o a cui viene fatto credere di poterlo fare. Maria Zambrano e Luce Irigaray ci dicevano di prestare attenzione proprio a questo fenomeno: essere donna, accedere alla libertà di essere donna non vuol dire sostituire l’uomo nell’esercizio del potere. Perché così facendo la donna diventa uomo o meglio diventa ciò che l’uomo ha rappresentato nel corso della storia. Si può sostituire l’uomo, ma La vera risoluzione   è il sovvertimento di ciò che esso rappresenta. Bisogna cioè cambiare le modalità di esercizio del potere. Se non cambia la struttura etica non ha nessuna importanza che sulla poltrona ci sia seduto un uomo o una donna e nemmeno che appartengano a questo o quel movimento politico o ideologico.

Tra l’altro queste due parole: danno e beffa, a me appaiono complementari, così come dono e nemesi. Si potrebbe dire che una non possa fare a meno dell’altra. Anzi l’assonanza fonetica tra danno e dono ci potrebbe portare ad una correlazione etimologica. La parola danno ha varie etimologie in varie lingue. E ci sono delle etimologie che la riconducono alle radici DA e DAP che significavano spartire, dividere. Radici che poi si ritrovano in DA-IO (divido) e in DA-ITE che significa distribuzione. Ricordate la distribuzione come accezione di nemesi. Dunque danno e nemesi potrebbero avere lo stesso significato. Un po’ come dire che chi distribuisce procura un danno o che il danno è comunque un distribuzione. Non voglio dilungarmi sull’etimo, ma fatto sta che chi esercita il potere spesso si sente in diritto di imporre la propria visione delle cose e di spacciarla come verità. In poche parole dispensa, distribuisce, procurando un danno. La verità non esiste.

Non esiste una verità che possa andare bene per tutti.

L’unica verità qui è che la donna ha subito, nel corso della storia, l’esercizio di un potere prevaricante.

[...]

In un passo del libro dico:

 

«Qual è la funzione del linguaggio? Se è vero che la funzione del linguaggio non dovrebbe essere quella di informare, nel senso di catechizzare, ma quella di evocare o, se preferite, di sollecitare un proprio pensiero, tenendo conto dell’impossibilità di essere esaustivi su un argomento così vasto che sfuggirebbe a qualsiasi tipo di controllo e su cui ci sarebbe troppo da dire, l’intento di quest’opera è, forse, proprio quello di evocare, di «gettare uno sguardo», di dire magari poco, ma di dirlo «altrimenti», di rivolgersi cioè non dico esclusivamente all’alterità, ma comunque all’accezione altra, di considerare ogni singola cosa da un doppio punto di vista: il punto di fuga e il punto di rientro. In poche parole di rivolgersi al «sé». Del resto qui si parla di individui, di esseri umani (per quanto dal punto di vista dell’altro possano essere considerati, più o meno, disumanati), e poco importa se siano illustri o sconosciuti. Quello che conta non è tanto dare le risposte, ma porre le domande. Proporre una serie di interrogativi a cui ognuno potrà dare, se lo vorrà, la propria risposta.»

 

L’esattezza è una cosa che mi fa paura. Derrida parlava di innesti, di protesi, di supplementi. L’innesto è riconducibile a quella che prima abbiamo chiamato “messa in abisso”, la protesi e il supplemento sono le parti che si staccano verso l’esterno, le cosiddette aperture, ma anche il rimando ad una prosecuzione, un’eventualità, una possibilità. Per esempio: la “e”, una semplice parola, una microparola perché è formata da una sola lettera. Spesso non ci rendiamo conto di quale universo si cela dentro e dietro quella lettera. Intanto è una congiunzione, cioè congiunge, mette in comunicazione, in realazione tra loro due o più cose – tra l’altro il “con” della con-giunzione e della con-divisione è uno dei temi conduttori del libro.

Poi basta farla seguire da punti sospensivi e ci si apre verso la possibilità, verso un rimando, verso quell’accezione che è stata omessa, che non è stata trattata. Le possibilità sono infinite. Se dotiamo quella “e” di un accento passiamo dalla congiunzione al verbo. Ma non un verbo qualsiasi, il verbo essere, con l’inevitabile inabissamento nel dasein, nell’esserci. Et e Est: rimando, congiunzione e verbo. Mi ricordo una frase di Carmelo Bene che, trasfigurando il motto cartesiano cogito ergo sum, diceva cogito ergo est. Penso dunque “è”. Ciò che io penso è , esiste, sussiste, è insieme bastevole e mancante. Ecco: punto di fuga e punto di rientro vogliono dire anche questo: bastevole e mancante. Semplificando e riducendo il punto di fuga è l’estroversione e il punto di rientro è l’introversione. Ma non è proprio del tutto esatto, perché qui non si tratta di un introversione ma di un rientro di un qualcosa che sì è già dato in un fuori, che ha già prodotto il suo transito e che rientra nel sé che l’ha generato. Tralasciando la filosofia dell’eterno ritorno, cercando di semplificare ulteriormente, il punto di fuga è la possibilità di un’accezione altra o meglio la necessità di un supplemento, di una protesi. Le cose non vanno prese, né intese da un solo lato, da un solo punto di vista. qui non si tratta di dire il giusto, di affermare “io sono nel giusto”. Qui si tratta di dire “questa è la mia lettura, la mia interpretazione”. Ed è mancante, inesaustiva, insufficiente perché esistono altre possibilità, altre letture, altre interpretazioni. È questo il senso del linguaggio: dire “uno” aspettando che altri dicano “altro”.

Linguaggio del sé, dell’individuo. Perché la verità non esiste, o meglio non esiste una verità che possa andare bene per tutti. Esistono casomai tutta una serie di verità individuali che sono –al contempo- bastevoli e mancanti. La letteratura che ti dice “così è perché così deve essere e perché è stato sempre così”, è una letteratura di regime.

Ti viene detto cosa pensare.

Che follia è mai questa?

Ti viene detto come scriverlo.

Ancora una volta: che follia è mai questa?

Nel mio piccolo, con tutte le riduzioni, le mancanze ho cercato di creare un prodotto per così dire leggero, agile ,snello: riassumere cioè in un centinaio di pagine alcune delle tematiche che potevano essere ricondotte alla “donna”, sia dal punto di vista storico che dal punto di vista dell’individuo, come per esempio il rapporto madre-figlia e la coscienza del dolore, magari drammatizzando o osando letture e accostamenti trasversali, partendo cioè da incipit artistici come con Gina Pane o esclusivamente letterari, come con Antigone ed Elettra. Da qui anche la necessità, direi l’urgenza di traslare su un piano più contemporaneo con la creazione della seconda sezione del libro e l’entrata in campo delle mie 4 “conversatrici”.

[...]

La seconda parte del libro consta di una serie di conversazioni che  imbastisco con quattro donne cosiddette “comuni”: Rita Bonomo (Sassari), Teresa Mucherino (Caserta), Giovanna Panigadi (Reggio Emilia), Marianna Russo (Caserta), ove ci si mette in gioco vicendevolmente anche attraverso il rovesciamento dei ruoli.

Ci sono almeno due fili conduttori che contraddistinguono l’opera: il transito e la differenza, il percorso che ogni essere umano compie consapevolmente e inconsapevolmente, e le differenze che vengono ad instaurarsi tra il cosiddetto movimento improduttivo e l’evento produttivo.

Dalle tematiche affrontate nella prima parte del libro si passa, in primo luogo, alla passione, alla colpa, all'espiazione che contraddistinguono la scrittura di carne della Bonomo, e in secondo luogo al desiderio per l'arte che Marianna Russo propone come condizione necessaria ad una catarsi che può e deve avvenire attraverso la scittura. Da questo evento salvifico si passa alle cosiddette macchine sociali. Così Giovanna Panigadi, con una sincerità a tratti disarmante, ci parla del femminismo, dei luoghi dell'incontro, del maschio definito una specie in via d'estinzione e della femmina cosiddetta insopprimibile. Con Teresa Mucherino invece il discorso si sposta sul respiro al femminile, sulla pulsione, sul deserto interiore, sulla scissione e sulla madre intesa sia come luogo che come nutrice.

 

Il libro consta di una prefazione di Romano Giuffrida (giornalista, saggista) ed è edito da Liberodiscrivere edizioni.

 

Dal link

 http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=130179

si può accedere direttamente alla scheda del libro sul sito della casa editrice.

 

 

 

 

 

by EnzoCampi | commenti (8) | commenti (8)(popup)
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